Approccio in psicoterapia

Non esiste un approccio che contenga tutto.

Le categorie esistono, sono utili per orientarsi, ma spesso non riescono a rappresentare quello che accade davvero in una stanza di terapia. Il lavoro clinico reale è più poroso, più mobile, più dipendente dall'incontro specifico di quanto qualsiasi etichetta riesca a descrivere.

Nel corso degli anni ho attraversato più modelli, più autori, più cornici teoriche. Ognuno ha lasciato qualcosa: un concetto, uno strumento, un modo di guardare. È un sapere che continua a costruirsi: nei testi, nel confronto con i colleghi, nell'osservazione di quello che succede seduta dopo seduta.

Gli autori che hanno influenzato di più il mio lavoro condividono un'idea di fondo: che la mente non esiste da sola. Si forma nelle relazioni, si trasforma nelle relazioni, soffre e guarisce nelle relazioni.

Questa prospettiva cambia il modo in cui si guarda a ciò che una persona porta in terapia. Un sintomo, una difficoltà, un disagio sono raramente quello che sembrano in superficie. Sono la forma visibile di una storia più complessa: fatta di legami, di scelte, di momenti in cui qualcosa si è cristallizzato in un modo che oggi pesa.

Tra i riferimenti che hanno orientato più concretamente il mio lavoro c'è il pensiero di Irvin Yalom e Stephen Mitchell, che collegano la psicoterapia alla vita quotidiana in modo diretto: la capacità di costruire legami significativi, di stare con l'altro senza perdersi, di vivere dentro una comunità mantenendo un senso di sé. È una prospettiva che non lascia la terapia chiusa in un quadro puramente teorico , ma la riporta dove deve stare, dentro l'esistenza reale delle persone.

Il mio modo di lavorare si struttura ogni volta a partire da quello che la persona porta. Dalla complessità della sua storia, dalla qualità dell'incontro, da ciò che emerge nel tempo.

La mente umana è troppo viva per permettere conclusioni rigide.